Kaori Miyayama // A14 ROOM

di Mariangela Vitale

Fotografia di Simoni Melanie

Uno degli aspetti più interessanti di Walk-In Studio è la lettura di analogie e differenze, che il passare da uno studio all’altro rende possibile, e la conseguente individuazione dei temi di ricerca e di sperimentazione cari alla nostra contemporaneità.
Uno tra i molti è il vuoto, il lavoro nello spazio dell’invisibile e del non detto. Lo si ritrova in molti progetti, faccio riferimento, per esempio, ad Assenze presenti (Studio Carlo Berdardini), alla cameretta di Filippo Crisitini – in mostra presso Current- che nasconde possibili altre realtà e le sospende in uno spazio altro, o, ancora, alla frammentazione, foratura dei materiali e scelta cromatica che via via tende a sparire delle opere di Claude Adrian Caponnetto (ST Legal –Spazio 05 Lex). Ricerca che, prima di esprimersi in materia, è teorica e si fa dialogo nelle conferenze “L’arte della rete”( 05/06 Lisa Borgiani, R&P Legal) e “Turning Invisible – L’invisibile alla luce del Macrocosmo e del Microcosmo” (07/06 Laura Santamaria, Archivio di ViaFarini).
Quello che non si vede, proprio in virtù del suo essere forza attrattiva tra realtà singole, diventa il nucleo degli studi di Kaori Miyayama, ospite della Room di A14 in Via A. Tantardini, 7. Lo spazio ci trasporta, guidati da Daniela Lorenzi e dai suoi collaboratori, in una dimensione quasi sospesa tra tradizione e nuove tecnologie, tra macchinari antichi, ma tutt’ora in uso, e nuovissime metodologie di stampa. Lavorare per matrici già suggerisce l’importanza dell’immaginazione e la necessità di concepire prima quello che ancora non si vede: prima bisogna scegliere quale sarà la porzione di materia che deve apparire vuota e quale invece intrisa di colore. Un processo che lotta tra la definizione pensata e il risultato finale, tra il modulo e tutte le variazioni che può accogliere. E che cosa è il vuoto se non una distanza che può essere attraversata, modificata, se non addirittura colmata e riempita? Il rischio è la sbavatura o la caduta in un eccesso di campitura che può oscurare e annullare il lavoro o portare a risultati altri. Il vuoto è certamente fondamentale per fare apparire un’immagine. Il vuoto è quella tensione tra due armonie, tra due solchi, o, guardando ora alle opere di Kaori Miyayama, tra due tele. Con delicata raffinatezza, l’artista esprime il pensiero giapponese che insiste nella relazione tra le cose. Le tele di organza, di colori tendenti al lilla e all’azzurro, sono separate tra loro e mostrano quello che può esistere nel vuoto. Cancellano la loro esistenza singola ed esaltano i possibili incontri tra loro. Lo spazio tra due tele è terreno fertile per raccontare quanto di più interessante esiste al mondo: non l’oggetto/persona A e B ma il legame tra questi, i percorsi che si intrecciano, si scombinano e si creano. Sempre esiste qualcosa in questo vuoto, e, sempre, è più importante la relazione rispetto alla visione sul singolo elemento. Kaori gioca con la trasparenza della seta, con la sua apparente fragilità, per tessere insieme le due tele. Due oggetti separati ma uniti da preziosi fili. Un disegno terzo, né somma, né sovrapposizione.

INFO:
A14
Via tantardini 7, Milano
A cura di Daniela Lorenzi
con Kaori Miyayama
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